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17 aprile 2008
SCIENZA
L'eutanasia nel pensiero della Chiesa e dintorni
   

La vita è dono di Dio: su questa certezza di fede la Chiesa cattolica continua a ribadire il suo fermo "no" ad ogni forma di eutanasia. Per evitare ogni elemento di confusione, la Congregazione per la Dottrina della Fede, già nel lontano 1980, presentava (in Eutanasia) una definizione precisa e ristretta della stessa, situandola al livello delle intenzioni e dei metodi usati: "Per eutanasia si intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore". Nell’enciclica Evangelium Vitae (1995), Giovanni Paolo II riprendeva la stessa definizione, sottolineandovi maggiormente l’elemento intenzionale. Sempre nei medesimi documenti, viene precisato che la rinunzia al cosiddetto accanimento terapeutico non è eutanasia, ma esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte. E’ lecito invece far ricorso alle cosiddette cure palliative, anche se analgesici e sedativi comportano il rischio di limitare la coscienza e di abbreviare la vita (Paolo VI); in quest’ultimo caso, la morte non è voluta o ricercata, ma è subìta come effetto secondario. L’eutanasia è per la Chiesa un omicidio, come anche l’aiuto a realizzarla. Nella Carta degli operatori sanitari, la Chiesa ricorda che la medicina si pone sempre al servizio della vita e che la linea di comportamento verso il malato grave e il morente dovrà ispirarsi sempre al rispetto della vita e della dignità della persona. La vita di ogni essere umano, anche quella in fase terminale, è "un valore che non si discute, ma si difende e si cura" (P. Honings) fino al suo compimento naturale (Carta degli operatori sanitari) Per medici e infermieri non si tratta solo di dovere professionale; il loro atteggiamento davanti al morente diventa il banco di prova della loro responsabilità e, soprattutto, della loro nobiltà d’animo quando, alle cure mediche dovute, sanno unire cuore e coscienza; quando come "prima cura" sanno, con premurosa presenza, "essere accanto"; quando, con tatto e delicatezza, interagendo e integrandosi con assistenti sociali, volontari, cappellani, parenti e amici, sanno informare il paziente sul proprio stato di vita, aiutandolo così ad accettare e a vivere l’esperienza ultima della sua vita. Si sottrae così il morire umano a quella dimensione solo medica, biofisica della malattia, instaurando invece una relazione interpersonale in cui si incontrano una fiducia, quella della persona malata, e una coscienza, quella del medico capace di farsi carico del suo "bisogno"; un bisogno che comprende oltre alle cure mediche, anche simpatia ed empatia, "disponibilità, attenzione, comprensione, condivisione, benevolenza, pazienza, dialogo" (Carta degli operatori sanitari). Il rapporto medico-paziente –dice P. Honings- è una relazione fiduciale di vita e tale deve restare. Solo curando medicalmente il dolore (la terapia del dolore è efficace nel 95% dei casi!) e impegnandosi nell’assistenza, nella condivisione umana e amorevole, si afferma il vero umanesimo, non sopprimendo chi soffre. Occorre ritrovare, come dice mons. Elio Sgreccia, quel senso, quel principio d’umanità che nella nostra società si sta smarrendo (Cfr. Pontificia Accademia per la Vita, Riflessioni di S.E. Mons., L’eutanasia in Olanda: anche per i bambini). Proprio nell’ambito del Cristianesimo si è configurato -dice il cardinal Biffi- l’umanesimo più alto, perché solo in esso l’archetipo di ogni umanità, l’uomo Gesù, consente di difendere l’uomo da ogni manipolazione e asservimento (Cfr. Biffi, Cultura cattolica per un vero Umanesimo). Tuttavia, anche nel contesto religioso cristiano si registrano cedimenti di fronte alla visione sacrale della vita. E’ il caso dei Valdesi, per i quali l’eutanasia e il suicidio assistito, praticati in un contesto non vessatorio tanto verso il medico quanto verso il malato, "costituiscono un’espressione di libertà dell’individuo" quando il suo stato risulta intollerabile. Solo l’essere umano pienamente cosciente -dicono- è in grado di decidere se la propria vita sia ancora degna di essere vissuta, e nessuno qui può imporre l’obbedienza a valori non condivisi. "La sofferenza e il dolore non producono salvezza, sono dimensioni dell’esistenza umana da accettare, ma anche da combattere, in sé non hanno nulla di positivo […] Per quanto paradossale possa essere in una tale situazione accogliere per il medico il diritto del malato di morire la propria morte, è un gesto umano di profondo rispetto della vita, che non viola alcuna legge divina" (L’eutanasia e il suicidio assistito, A cura del gruppo di lavoro […] nominato dalla Tavola Valdese…)

E’ tempo di ridare volto umano al morire, superando il disagio di rapportarsi al malato, accogliendo la sua angoscia, non interrompendo la comunicazione su ciò che sta vivendo, perché, come dice la Lombardi Ricci, soffrire in silenzio è disumano, mentre permettere il lamento del morente, per quanto terribile, è un atto d’amore (M. Lombardi Ricci, "Morire con dignità" nella società tecnologica). "Accostarsi al capezzale di un morente significa entrare in un luogo santo" (Bergonzoni) e "condividere la sofferenza, che tutti devasta, è un atto di preghiera comune". Nel singolo, tuttavia, questa capacità diventa possibile solo se questi ha trovato nel suo cammino un senso forte. La fede cristiana offre quel senso, perché mi dice che il mistero del dolore e della sofferenza, pur rimanendo tale, è stato assunto e illuminato da Gesù; perché mi dice che "Colui che è già passato per la valle della morte mi sta accanto e condivide con me la strada dell’ultima

solitudine" (Spe Salvi); perché è speranza che dopo il buio della morte si apre alla luce della risurrezione; perché è certezza che la morte da cui Cristo ci ha liberati è un incontro col Padre e non con il Nulla. Ma si tratta di qualcosa che non si può richiedere a tutti. In fondo, la questione "eutanasia" porta a galla quella visione di vita che implicitamente o esplicitamente abbiamo adottato.

M. P. Alvino




permalink | inviato da redazioneexploratores il 17/4/2008 alle 23:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
17 aprile 2008
politica interna
Eutanasia e sospensione delle terapie: un commento del Dr. Riccio

Anche se in ritardo rispetto agli altri paesi,si sta lentamente affermando anche in Italia il confronto sui temi bioetici .E ritrova ovviamente nuovo vigore in occasione di fatti di cronaca o in prossimità delle scadenze elettorali.

Spesso però il dibattito su queste tematiche è fortemente viziato dalla confusione sui termini e sulle definizioni.Il caso Welby è stato in tal senso paradigmatico.Si è parlato infatti di eutanasia ed interruzione dei trattamenti sanitari come fossero equivalenti.

Nel nostro paese tutti possono accedere alle cure sanitarie.Il diritto alla tutela della salute è sancito dall'articolo 32 della Costituzione.Lo stesso indica anche che i trattamenti sanitari sono liberi.Cioè nessuno puo essere sottoposto ad un trattamento sanitario senza averne dato preventivo consenso.L'articolo 13 della Costituzione completa il discorso sancendo l' inviolabilità della persona.

In pratica la Costituzione sancisce il diritto all'assistenza sanitaria del cittadino ,riconoscendo la tutela della salute come un valore costituzionale.Ma al contempo riconosce anche il diritto del cittadino a non farsi curare,rientrando questo fra le libertà individuali.Da notare che la Costituzione parla di trattamenti sanitari.Superando già a quel tempo l'annosa -quanto inutile -discussione circa una differenza tra cura ordinaria e terapia.Ogni azione che si attua sul corpo della persona necessita del suo consenso.Che si tratti di tagliare le unghie o di praticare un delicato intervento chirurgico.

Ciò premesso, risulta ovvio che un trattamento sanitario può essere iniziato,sospeso temporaneamente, o interrotto definitivamente in qualunque momento dal cittadino in grado di intendere e volere ( la definizione di competent della bioetica e del diritto anglosassone )e correttamente informato,anche qualora comporti la morte della stessa persona.

L'eutanasia invece è un atto volontario, diretto, eseguito a mezzo di una o più sostanze farmacologiche che vengono utilizzate da terzi al fine di cagionare, quasi istantaneamente, la morte di una persona, assecondandone la richiesta.

Attualmente nel nostro ordinamento giuridico l'eutanasia ,così come nella precedente definizione del mondo scientifico internazionale, non è neanche contemplata. Talvolta viene assimilata all' omicidio del consenziente.Non da tutti i giuristi viene però accettata questa assimilazione.

Abbiamo visto che rinunciare o interrompere i trattamenti sanitari è un diritto costituzionale,cioè un diritto perfetto come lo definiscono i giuristi.Non necessità pertanto di una specifica tutela giuridica.E' già di fatto esercitabile nel momento stesso che viene evocato.Nella vicenda Welby infatti nessuno in verità ha mai posto dubbi sul diritto dello stesso Welby a interrompere il trattamento sanitario consistente nella ventilazione meccanica.

Il delicato problema giuridico,al quale ovviamente non potrei che dare una mia personale e pertanto dilettantistica valutazione,era dato dal fatto che l'interessato non poteva autonomamente interrompere la ventilazione ne era altresì in grado di somministrarsi una adeguata sedazione, essendo immobilizzato da anni nel letto a causa della sua malattia.Sedazione che, si badi bene, era riconosciuta come necessaria per evitare di far soffrire una morte atroce per soffocamento.Necessitava pertanto l'intervento esterno di un altra persona.

Ma tale persona, lungi dal compiere un atto eutanasico,si limitò a sedare e interrompere la terapia in corso.Ripeto che in questa sede non intendo dare il mio parere sulla soluzione adottata dal Gup che ha deciso per il mio definitivo proscioglimento.Sottolineo però che il giudice ha riconosciuto che oltre al diritto del paziente ,sussiste il dovere del medico ad interrompere la terapia se richiesto.Appare chiaro pertanto l'insussistenza stessa di un concetto giuridico di eutanasia passiva, come da alcuni invece sostenuta. Cioè un atto omissivo o commissivo consistente nel non attuare una terapia o interromperla se già in corso. Posizione che di fatto contrasta il diritto alla libertà individuale e al consenso informato in tema di trattamenti sanitari .

Mario Riccio



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