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Attualità-Cultura

20 maggio 2008
CULTURA
Umberto Saba, il poeta dei contrasti
 

La poesia fu per Saba (1883-1957) prima di tutto un modo per esternare la propria sofferenza interiore, dovuta ad un'infanzia difficile (la madre, ebrea, fu abbandonata dal marito prima che lui nascesse e, l'essere figlio di un'ebrea, a quei tempi, era motivo di diversità), e ad un temperamento schivo.

Il modo di poetare di Saba non è conforme alle varie correnti all'interno della poesia novecentesca. Il poeta non accolse il mito dell'arte come mezzo di rivelazioni arcane, restò lontano dall'ermetismo, e non perse mai il contatto con la realtà umile e con i sentimenti elementari dell'uomo. Saba avvertiva l'esigenza di uscire dalla solitudine per “vivere la vita di tutti”. Egli volle, cioè, immergersi nelle cose, nella realtà, ritrovare se stesso e le ragioni del suo vivere nella vita comune, quella della folla anonima, negli oggetti più umili dell'esistenza e di qui trarre la sua poesia.

Per questo il Canzoniere, sua opera unitaria pubblicata nel 1921 e ampliata, poi, nel1945, ci dà l'immagine viva della sua città, Trieste, e, insieme, la storia della sua anima. Ma all'adesione al mondo, in Saba, si mescola la amara consapevolezza del vivere come sofferenza. Da un lato sente la suggestione dell'amore, la dolcezza delle illusioni umane (come le chiamava Foscolo), dall'altro avverte nel mondo la presenza insopprimibile del dolore, del male, della morte che vanifica ogni cosa. La risultante di questo contrasto non è, però, un impeto di rivolta metafisica, né una disperazione arida e raggelata, bensì la ricerca di una saggezza amara ma virile, di una consapevolezza che se raffrena l'abbandono alla gioia, ne riconosce tuttavia il fascino. Saba ha cantato il “doloroso” amore della vita (come leggiamo nel verso conclusivo della poesia “Ulisse”), una malinconia desolata che non esclude però il desiderio struggente della vita stessa.

Come già detto, Saba appare isolato nella poesia contemporanea: la sua poesia ha sempre origine da concrete esperienze autobiografiche e vuole essere diretta, vicina alle cose, fedele ai sentimenti più autentici del poeta. Anche per questo il suo stile tende ad un andamento discorsivo, di colloquio immediato fedele alla tradizione della poesia italiana che il poeta aveva appreso dai classici, soprattutto da Leopardi. Tutte le poesie di Saba risentono del contrasto tra la suggestione dell'amore e la consapevolezza del dolore.

Il poeta scrisse molte poesie tutte racchiuse nel suo Canzoniere, tra cui: “Città vecchia”, “Trieste”, “Il garzone con la carriola”, “Sera di febbraio”, “Ulisse”, ma quella che amò di più, come lui stesso ammise, dicendo che se potesse conservare una poesia conserverebbe questa, è “A mia moglie”. Poesia che all'epoca provocò uno scandalo in quanto il poeta paragonò sua moglie ad una giovane e bianca pollastra, ad una gravida giovenca, ad una lunga cagna, ad una pavida coniglia, ad una rondine e ad una pecchia.

Ogni animale è ben delineato con una coppia di aggettivi o con pochi tratti richiamandone caratteristiche non solo fisiche ma anche morali e comportamentali che li accomuna a sua moglie. Per il poeta gli animali sono il mondo autentico e naturale pieno di pregi e virtù. Sua moglie Lina è ora indaffarata nelle faccende di casa, ora è elogiata per il suo portamento elegante, per il tono sommesso e soave che assume la sua voce quando si lamenta, poi per la maternità che la rende felice e leggera, poi diventa protettiva e gelosa e infine sono messi in risalto il suo amore materno, la sua leggerezza, fedeltà, stabilità, laboriosità e la sua previdenza. Questi numerosi aggettivi e sostantivi formano quasi un ritratto psicologico della donna. La poesia è divisa in tre strofe costituite da endecasillabi settenari, quinari e da un trisillabo e fu composta nel 1912. Sono presenti numerosi enjambements che smorzano il ritmo della rima e orientano il discorso poetico in direzione della prosa.

Oltre a nutrire un profondo amore per sua moglie, il poeta era innamorato della sua città, Trieste, che nella poesia omonima definisce come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri, il colore del mare in cui Trieste si specchia, e mani troppo grandi per regalare un fiore, che richiamano modi bruschi, quasi selvatici. Ma dietro l'apparente durezza tanto del ragazzo quanto della città, si indovina dolcezza nascosta, e si può dire che su questo contrasto si basi tutta la poesia. Inoltre questa unione di tenerezza e asprezza suggerisce al poeta l'idea di un amore tormentato dalla gelosia.

La poesia è suddivisa in due strofe, nella prima prevale la componente narrativa, in quanto il poeta descrive il cammino che che compie per giungere in cima ad una collina da cui può abbracciare con lo sguardo tutta Trieste. Dopo una pausa narrativa in cui paragona la città ad un ragazzaccio, Saba si ricollega, dal verso 15 in poi, alla prima strofa, e descrive come gli appare dall'alto della collina la città.

Essa presenta ancora una volta un duplice aspetto: la spiaggia chiassosa e affollata di gente, mentre la casetta che più si avvicina alla collina è solitaria e silenziosa. In questo contrasto tra la spiaggia e la casa si riflette quello interno del poeta, diviso tra il bisogno di solitudine e la voglia di vivere la “vita di tutti”.

Trieste ritorna anche nella poesia “Città vecchia”, in cui il poeta descrive la vita delle persone più umili, dalle prostitute al marinaio, che popolavano i vicoli di Trieste. Basandosi su uno spunto narrativo, ossia il prendere “un'oscura via” per tornare a casa, Saba già nella prima strofa comincia una descrizione unita ad una riflessione.

Si avverte il desiderio del poeta di fondere la propria vita con quella delle “creature” più umili e semplici, quelle che incontra durante il suo cammino, in cui c'è qualcosa di sacro, una presenza misteriosa che suscita nel poeta un sentimento quasi religioso. Conclude dicendo che tra i più miseri il suo pensiero si fa più puro.

Un'altra poesia importante è “Ed amai nuovamente” dove il poeta rinasce, rifiorisce e il motivo di questa rinascita è sua moglie Lina, con il suo scialle rosso che dà una pennellata di colore alla poesia, colei che con Trieste fu importantissima per il poeta. Ma nella quarta ed ultima strofa riaffiora l'amore/dolore ancora una volta, dolore per un momentaneo momento di crisi che, però, ha rafforzato l'amore. Il poeta amò Lina perché: “tutto fu al mondo, e non mai scaltra, e tutto seppe, e non se stessa amare”. Un vero e proprio elogio all'altruismo della moglie.

Personalmente la poetica di Saba mi incuriosisce, perché mi piacciono i contrasti e penso che Saba sia un poeta davvero “onesto”, le sue poesie raccontano semplicemente la sua vita, lui stesso, che ha parlato di ciò che ama, che si è messo a nudo, con il suo dolore e il suo amore, le sue gioie.

Se fossi stata nella moglie di Saba, però, magari avrei preferito essere paragonata ad un delizioso e profumato fiorellino.


Rossella Marino




permalink | inviato da redazioneexploratores il 20/5/2008 alle 16:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
3 maggio 2008
CULTURA
Un saggio sul viaggio (fa pure rima)
  

Spiagge dorate, palme lussureggianti, cocktail e tintarelle: viaggio da sogno ma non da
letteratura.

Rischi, pericoli, esplorazioni ma anche viaggi interiori e fiabeschi, avventurosi, ai confini del possibile e dell’impossibile, il tipico viaggio della letteratura.

A questo proposito non si può trascurare il viaggio per eccellenza della letteratura… scenari mitologici, mare aperto alle volte insidioso, mille mondi sconosciuti e pieni di pericoli e un’unica sola destinazione: Itaca! Ladies  and gentlemen:  l ‘ Odissea! Cala il sipario e le luci si accendono su Ulisse, eroe dalla personalità poliedrica, che sprezzante del pericolo non ha esitato a superare i limiti del possibile. Un viaggio tra ninfe, streghe, giganti e sirene.

Da questo magistrale esempio tutti gli autori successivi sono stati in qualche modo influenzati, dilettandosi, però, a collocare e a sviluppare il tema del viaggio in svariati modi.

Marquez utilizza questo tema in conclusione del suo romanzo “l’amore ai tempi del colera”. La storia di un amore atteso per cinquant’anni, coronatosi e destinato a durare per sempre, un amore impossibile sulla terraferma ma realizzabile, invece, sulla Nueva Fidelidad, nave sulla quale i due protagonisti Fermina  e Florentino decidono di trascorrere il resto della loro vita in viaggio perenne, senza meta, lontani da quella stessa terra che li aveva divisi.  E’ possibile, però, anche avere  non il viaggio nel romanzo ma il romanzo nel viaggio come quello di Dean e Sal, protagonisti di “sulla strada” di Kerouac che animati da un’infinita ansia di vita e di esperienza, si mettono in viaggio sulle interminabili “highways” degli Usa e del Messico. La loro avventura non è fatta solo di tappe ma di rivelazioni, di incontri, di ricerche esistenziali, è il romanzo dell’amicizia vera, delle difficoltà dell’amore, di un andare senza fine che cancelli l’ombra della noi e quella della morte.

Questo tema, così ricercato, ha dato vita a due generi letterari in antitesi: il romanzo d’avventura e il diario di viaggio. Per quanto riguarda il primo non si può non citare Daniel Dafoe con il suo famoso naufrago Robinson Crusoe e soprattutto Jules Verne geniale scrittore famoso per le sue storie avventurose e fantascientifiche allo stesso tempo anticipatrici di tante realtà odierne, ma soprattutto per “il giro del mondo in ottanta giorni”.

<< Un inglese non scherza mai quando si tratta di una scommessa. Scommetto ventimila sterline che farò il giro del mondo in ottanta giorni>> . Così dice l’imperturbabile mister Fogg,  protagonista della storia, che parte con il suo fedele servitore Passe-partout.

Il suo è un viaggio contro il tempo, con tutti i mezzi di trasporto, tra mille peripezie, in tutti i paesi della terra, che regala al lettore un tuffo nell’atmosfera e nel mondo della fine dell’ottocento.

Per quanto riguarda il secondo va ricordato: Il Milione di Marco Polo e il suo viaggio alla scoperta dell’Oriente. Ma il viaggio può essere compiuto anche mentalmente è il caso di Dante che nella sua Divina Commedia intraprende un viaggio ideale attraverso i regni del aldilà: Inferno, Purgatorio e Paradiso per ritrovare la retta via tanto agognata, aiutato in questo suo intento prima da Virgilio e poi da Beatrice. Non è solo il personaggio Dante a compiere il viaggio ma anche lo stesso autore  che giunto ai tre anni d’età fa un bilancio della sua vita riscoprendo i valori che aveva trascurato per concentrarsi sull’amore per Beatrice.

In conclusione due autori in particolare ovvero Boccaccio e Manzoni si servono  del tema del viaggio come escamotage per contribuire alla crescita interiore dei protagonisti: Andreuccio da Perugia (tratto dalla novella omonima)  e Renzo (promessi sposi).

Entrambi provenienti da una piccola realtà si trovano a dover fare i conti con la realtà cittadina, Napoli per il primo e Milano per il secondo, a loro estranea e piena di insidie che riusciranno a superare grazie alle numerose esperienze fatte nel corso proprio del viaggio.

Un nostro consiglio finale: e durante il viaggio qualunque strada decidi di intraprendere: “ non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta. Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore.  Quando poi ti parla, alzati e và dove lui ti porta”

(Da và dove ti porta il cuore della Tamaro, quando il viaggio diventa metafora di vita).

Rossella Marino ed Anna Teresa Grippo





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18 aprile 2008
SOCIETA'
Il perdono
 

Perdono: atto, effetto del perdonare, l’atto del non punire, rinunciando generosamente a vendicarsi e vincendo il risentimento. C’è chi lo concede, chi lo riceve e chi l’ha venduto (sotto forma di indulgenza plenaria). Già gli antichi romani credevano nel perdono e precisamente nella clementia, tanto da dedicare a questa parola di sole nove lettere una dea.

Anche se poi, nella realtà politica romana, non sempre si perdonò: 
basti pensare alle liste di proscrizione di Silla (vedi foto), ma anche a quelle del secondo triumvirato, volte a punire tutti quelli che in un modo o nell’altro avevano voluto la morte di Cesare (e che avrebbero potuto dare problemi ai triumviri), tra cui spicca Cicerone. Eppure era stato proprio Giulio Cesare a dare più volte prova di saper perdonare, nel corso delle guerre civili.

Pensandoci bene, però, il perdono è un atto che non nasce con gli antichi romani, ma con l’uomo, con i primi uomini primitivi, prima della pesca e della caccia. Ma è con il cristianesimo che il concetto di perdono viene ben definito: Dio perdona e dunque anche i figli di Dio, di quel dio che dice di perdonare “settanta volte sette” il nemico ( sacre scritture Mt) perdonano. Nella letteratura il perdono a volte coincide con il lieto fine, rappresenta la chiave per leggere la parabola, il messaggio dell’autore. Un classico esempio lo riscontriamo nel romanzo “Il conte di Montecristo”, di Dumas, dove al protagonista Edmond Dantes servono cinquant’anni di sofferenze e di vendette e qualche morto, e a noi qualche centinaia di pagine, prima di arrivare al “dono celeste”. Ma come sarebbe stato il romanzo se la vendetta si fosse compiuta inesorabilmente, con il conte assetato, ancora più assetato di vendetta? Non certamente quello che è, sarebbe stato non umano e avrebbe trasmesso cosa? Cosa mai può trasmettere la storia di un uomo che non si ferma neanche dinanzi alla morte? E poi lo diceva anche Gandhi: solamente chi è forte è capace di perdonare!

“Solamente chi crede in Dio, è capace di perdonare!” direbbe ora Manzoni, i cui Promessi Sposi sono intrisi di morale cattolica che predica il perdono; una morale cattolica profondamente radicata sia nei personaggi del romanzo (Lucia, Fra Cristoforo, lo stesso Renzo nel momento in cui, nel lazzaretto, perdona don Rodrigo morente), sia nell’autore, avvicinatosi alla fede solo in età adulta, ma che da quando la trovò, la visse con un’intensità unica.

Molti altri considerano il perdono un atto di forza e di valore: Oscar Wilde, ad esempio, che intelligentemente dice: “Perdona i tuoi nemici, nulla li fa arrabbiare di più”; ma anche Dostojevski, che ne “I fratelli Karamazov”, ci mostra la sua concezione del perdono quando scrive che la grandezza di Dimitrij si scorge nel momento di peggior crisi (sta per accoltellare il padre, colpevole di mille angherie), quando cioè riesce a fermare impulsi forti e distruttivi, elevandosi.

C’è anche chi la pensa in maniera del tutto opposta, ovviamente (ad esempio Heinrich Heine, che affermò che ognuno dovesse perdonare i suoi nemici, ma solo dopo che fossero stati impiccati…) e chi riflettendo sulle debolezze umane dice: “Perdonarci reciprocamente le nostre balordaggini è la prima legge di natura” (Voltaire).

Tutti questi uomini di cultura sono stati indotti a riflettere sul perdono, ma non sono i soli, in quanto tutti giorni noi siamo chiamati a scegliere se perdonare o meno. Se siamo forti oppure deboli, bè, questo lo sa solo la nostra coscienza!

Rossella Marino




permalink | inviato da redazioneexploratores il 18/4/2008 alle 19:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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