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Attualità-Cultura

20 giugno 2008
Il piccolo eroe
  

Mi voglio soffermare per un momento su cosa sia la perfezione.

Di Dostoevskij si dice che sia stato il più grande romanziere di tutti i tempi, e chi ha una certa cultura letteraria se ne rende perfettamente conto. Incontrato Dostoevskij è come incontrare qualcosa di inopinabile e perfetto. Perfetto nel dolore, perfetto nella gioia, nel patimento, nell’amore, nella colpa, nel sogno e nella morte…

Certo, lo so che è una suggestione; ogni perfezione credo che sia l’effetto di una suggestione o, meglio, l’effetto di una ricetta incantata di cui non si riescono a tradurre gli elementi. Un effetto però piacevolissimo, forse benefico e forse indispensabile. Necessario al cuore. È quello stesso effetto che si prova nel fare l’amore, esattamente quando l’amore che si fa è il canto finale di un concerto grandioso e… perfetto. Allora si realizza il cuore, il cuore assurge a qualcos’altro, qualcosa di addirittura metafisico, non più terreno.

Tutto ciò in Dostoevskij è presente. Incontrarlo è come assistere al concerto tra inferno e paradiso, dannazione e redenzione. La sua favolosa suggestione umanistica scatena tutti i silenziosi e discretissimi e nascosti e segreti anfratti del nostro profondo, della nostra anima e del nostro spirito. In questo momento non sto pensando ai grandi romanzi, dove la suggestione, per quanto forte, talvolta è mancata. (Vedi le ridondanze nei Demoni e ne L’adolescente e persino nei Fratelli Karamazov. Guarda il discorso di Ivan, per esempio; qui c’è un peccato di prolissità, che chiaramente viene subito perdonato dal “corpo” unico e speciale dell’intero romanzo). Penso piuttosto ad un solo racconto, che io considero il racconto perfetto in assoluto. Si chiama “il piccolo eroe”. In questo racconto tutto è completo e tutto è incantato. Apertura, percorso, chiusura sono una cosa sola come una goccia di esistenza. E l’esistenza credo che sia indistinguibile nella sua quantità: una goccia vale per l’infinito. Esattamente come il tempo visto da Borges: se il tempo dovesse essere infinito, ogni punto all’interno di esso ne sarebbe il centro e quindi il tempo stesso sarebbe nullo.

Dunque, andare con Dostoevskij è come andare a spasso per il tempo pur non spostandosi mai e tutto cogliendo. E se questo articolo è sembrato scorretto ai fini del saggio, io dico che proprio questo articolo è servito più di qualsiasi saggio critico e obiettivo su Dostoevskij. Qui c’è l’essenza del movimento operistico dell’Autore russo, c’è quell’impeto e quella scorrettezza, che insieme fanno dell’opera di Dostoevskij altamente vera. Così vera da sembrare fasulla, come del resto è fasulla qualsiasi perfezione.




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20 giugno 2008
Preghiera in Gennaio
  

“Sono dotato di una tale dose di cattiveria da affossare tutte le guerre del mondo. Sono anche brutto, per rappresaglia. Fascino zero. Forse sono malato di fegato, ma non mi curo, così imparano.”

Così esordiva Gaber ne “l’anarchico”, in Anni Affollati del 1981. Qui è la voce dell’essenza dell’uomo delle Memorie. Psicologia profonda, così bene esaltata da Nietzsche, che disse di Dostoevskij “il mio grande maestro”. Ma forse di più: qui è sintetizzato un intero umore di Dostoevskij (uno tra gli sconfinati umori dell’autore russo): l’ombra di un uomo o l’uomo completamente rivelato alla luce, che parla agli uomini dal profondo della sua oscurità. Quell’uomo di Gaber, che sputa sprezzante e violento sugli uomini e che cerca di colpirli, ma che quando ne vede uno a terra, riverso nel sangue, ha un fremito sconosciuto, una sorta di dolce pietà, che vuole immediatamente fuggire perché lui non può provare pietà. Lui disprezza gli uomini, lui disprezza il mondo. Quell’uomo delle Memorie, che ritorna sotto le sembianze dell’uomo ridicolo (la bellissima utopia). Un uomo liberato dall’inganno del mondo e che smette la sua esistenza mondana. Una bambina lo strattona e lo supplica, piange: “la mammina, la mia mammina!”, e lui niente, prosegue, perché ormai lui è libero. Il patimento della piccina, il dramma inedito, è l’ennesimo inganno, non bisogna cedere alla suggestione del mondo. Ma rientrato in casa non riesce, quell’uomo, prova d’improvviso una profonda pietà per la bambina.

Qui è la tendenza più che letteraria dell’autore russo: “dove sbaglio? È tutto chiaro e poi, d’improvviso, un elemento compare e confonde ogni chiarezza. Io non posso abbandonare il mondo pur conoscendo la verità”. Che la verità profonda dell’uomo consista esattamente nella falsità del mondo?

Senza falsità forse l’uomo è nullo, sembra quasi concludere Dostoevskij, l’uomo senza falsità sarebbe come una sorta di svista della verità. Per essere sentita vera dagli uomini, la verità del mondo deve possedere falsità e menzogna e così il sofferto ridicolo torna nel bello, il bello dell’Idiota, quel bello puro, non contaminato da alcunché. Come potrebbe essere agli occhi del mondo una creatura così bella e così pura? Sarebbe immonda. Il mondo, l’idea di bellezza nel mondo, non vuole bellezza che sia pura. La vuole uguale a sé stesso. La vuole segnata di sofferenza e bassezza altrimenti non la riconosce. E così il principe Myškin vive in questa irriconoscenza. Solo a tratti gli uomini ne scoprono l’alta bellezza, ma questi tratti, questi barlumi di rivelazione, sono attimi. Scompaiono in un istante appena il mondo prende gli uomini per le loro basse trame, per la loro folle impurità. Proprio come se la bellezza fosse un segreto da incontrare nel sogno, solo nel sogno. E così, quando gli uomini vanno per il mondo, incontrando la bellezza la condannano a idiozia, sprovvedutezza, ingenuità e la beffeggiano e le dicono “sei sogno, tu non sei reale. Va’ via”.

Quanti litigi e quanti slanci vi sono tra purezza e mondanità, e quanto spirito di redenzione si muove nelle opere di Dostoevskij. L’impossibile redenzione dalla falsità del mondo, l’impressionante tendenza al bello e sublime così lontano dalle trame consuete del mondo. Quello stesso mondo che lo tenterà ad ogni passo con la malattia, il castigo, la miseria e la tomba. In gennaio. Quel mese cantato in preghiera da Fabrizio De André, dedicato all’amico Tenco scomparso suicida in quella terribile stanza 219. Preghiera che fa immancabilmente pensare ai personaggi di Dostoevskij e a Dostoevskij stesso. Preghiera in quello stesso mese che, per tremenda combinazione, si prese il nostro cantore genovese. Il mese che poi avrebbe strappato Gaber alla vita. Il mese che strappò Dostoevskij al mondo.


 




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20 giugno 2008
La cella di Dostoevskij
  

Sto pensando a grossi blocchi di pietra grigia, posati uno vicino all’altro nel “giro” di un quadrato. Sto pensando ad altri blocchi, questi secondi posati sui primi già posati: e su su, altri blocchi uno dopo l’altro, fino a creare quattro pareti. Una stanza di pietra. Penso ad uno scuro e tremendo soffitto che tappa questa stanza, penso ad una dura e piccola porta e ad un minuscolo quadretto barrato. Penso ad una cella e immancabilmente, dinnanzi a questa immagine, penso a Victor Hugo.

Penso al francese e vedo nelle sue parole un volto alla porta, il volto di Dostoevskij, vedo anche un’ombra su una strada che spiega ad una bambina spaventata: “questi uomini incatenati, che si trascinano davanti a noi, sono i carcerati e i condannati a morte”. Come posso credere che esistano parole di scusa per l’anima di quella povera bambina? Perché gli strazi e le colpe degli uomini devono invadere e corrompere anche lo sguardo delle anime belle e pure?

Ed allora, forse in un ingenuo slancio di divinazione, comprendo l’intuizione di Dostoevskij sui fanciulli. Lui che stette in quella cella, lui che attese la morte in un buco, lui che sfilò due volte verso due morti diverse ma uguali. E sempre lui, che consegnò ai fanciulli la facoltà del paradiso come in una rinnovata qualità del “sinite parvulos venire ad me”. C’è tutta la traccia del Cristo che apre le braccia dinnanzi ai bambini, la stessa traccia che già Bukowski (sì, proprio Bukowski) trovò in Dostoevskij quando lo immaginò dietro un angolo, pronto ad accogliere tra le sue braccia tutti i bambini del mondo.


(A 28 anni Dostoevskij fu condannato a morte per causa di alcune malviste frequentazioni. Nel caso di una grazia, questa veniva talvolta data solo quando il condannato sarebbe giunto al patibolo. Dostoevskij fu graziato. La sua pena fu commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia e altrettanti quattro anni di confino in una località decisa dagli uffici del governo russo.)





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20 giugno 2008
Dio
  

La piccola fiamma consuma la candela, che trema sul profilo di un uomo vecchio prima del tempo. Una donna scrive quel che l’uomo detta. È una piccola stanza, gli occhi di quell’uomo non si vedono, le sue parole sgorgano ininterrotte e proprio queste sue parole sembrano provenire da un regno che pare non avere magisteri nel nostro mondo. Sembrerebbero le parole di un cristiano, un unto dallo spirito santo, parole di un uomo che non ha bisogno di case né pratiche in questo mondo perché sa che questo mondo non è il suo regno; l’oscuro profilo di quell’uomo sembra estasiarsi e elevarsi e distanziarsi sempre più man mano che le sue parole penetrano nella verità di questo mondo, come se più s’allontanasse più riuscisse ad entrare nel fondo della cosa. Ecco allora che quell’uomo incontra Dio. Da lassù tutto vede nel piccolo, nel dettaglio, nel meccanismo di quaggiù.

Ed ecco che quell’uomo cade nel suo massimo momento di verità, trema più ancora di quella fiammella, che ora lo rischiara in terra preda del male oscuro, del male divino, del male dell’epilessia.

Quell’uomo, Dostoevskij, raggiunge Dio, e raggiunto Dio non può che accasciarsi. L’estasi è suprema, la verità è disumana e gli occhi sono troppo piccoli. L’Autore russo racconterà poi che all’estasi, che precede l’attacco epilettico, segue una sfiancante idiozia, una tremenda debilitazione mentale come se incontrare Dio fosse un abominio che necessita di una punizione.

Dunque le parole di Dostoevskij non sono più le parole di un cristiano. Sono parole altre, altro è il suo regno. Perché? Perché il cristiano, per parola del Cristo, deve imitare Dio, imitarlo per trovare la verità e la redenzione da ogni caduta e da ogni punizione. L’uomo che incontra e imita Dio non cade più. L’altissima novella del Cristo consiste nel “provare in vita le sue parole per raggiungere e finalmente capire”, consiste nell’imitazione e non nella predica: non si può dimostrare nulla senza aver compreso, non si può comprendere senza provare. L’uomo Cristo pretende l’uomo che si fa Dio, l’uomo che smette ogni chiesa, ogni attività e ogni impresa mondana perché il regno di Dio non è regno di questo mondo.

La novella del Cristo è allora la sublime e non ascoltata sovversione di ogni umanità. Secondo Cristo l’uomo si eleva e smette di cadere una volta incontrato e imitato Dio. Incontrato Dio, l’uomo smette di essere umano e trova quel che è. Così, secondo Cristo, nessun uomo dovrebbe più sposarsi, fare figli e dedicarsi ad un’attività produttiva; solo così gli uomini si spoglieranno dell’inganno di questo mondo (‘accidente’ per gli gnostici ndr) e troveranno la loro liberazione.

Queste furono già le parole del Cristo, ricordate e rinfacciate con profondissima angoscia dal tormentato Kierkegaard; per quel che è Dostoevskij, egli si è sposato, egli ha generato figli ed egli ha compiuto l’Opera letteraria, dunque un’impresa. Egli, Dostoevskij, è altro. Dostoevskij non è un cristiano. Dostoevskij quando incontra Dio cade in terra. Dostoevskij è un uomo punito. È quell’uomo che vede morire sua figlia, vede morire la madre, il padre, il fratello. Si vede cascare, tremare nella polvere, accasciarsi su di un pianerottolo. Si vede cadere da quando sa del padre, ucciso dalle proprie “anime” (contadini, servi). Si vede epilettico da quando ha sedici anni, da quando non ha più padre né madre. Si vede tremare per terra anche due volte la settimana. Si vede in una cella. Si vede sul patibolo di morte. Si vede ai lavori forzati. Si vede scrivere L’idiota, L’adolescente, I demoni eccetera eccetera sotto scadenze terribili. Si vede ricattato dagli editori. Si vede sprovvisto di danaro. Si vede insediato dai debiti. Si vede vecchio, con una barba rada e lunga che dice: “io non sono un impiegato dello Stato”. E infine si vede estasiato e idiota al lume di una candela mentre incontra e detta agli uomini visioni e parole di un altro regno di un altro Dio. Un Dio non cristiano, il Dio di Dostoevskij.




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20 giugno 2008
Fratelli Karamazov-Parte Prima, "Il capo e la vita"
  

Ne “I Fratelli Karamazov” (Storia di una famigliuola) una teoria di immagini suscitano folle di profili nella mia mente e finanche dialoghi e bisticci tra questi chiari e scuri figuri. Immagini prima del messaggio o, meglio, messaggi contenuti in queste immagini.

Ma io sbaglio a dire “nella mia mente”, infatti quelle immagini si costituiscono e agiscono prima di tutto nel mio petto, nel lago del cor, ed è come se si muovessero e lo spingessero dal di dentro verso indirizzi impensati. Non si è ancora visto, se non per atto di sfregio o di tenerezza, un uomo spinto in un sentiero da una mano che lo coglie al capo. Piuttosto viene cinto alla vita, abbracciato alle spalle o preso per mano, ma spinto per il capo può essere il segnale di un buffetto (tenerezza) o di un trascinamento (sfregio).

Sembra che i messaggi di Dostoevskij consistano squisitamente nelle immagini, che sempre precedono la ragione. Si annidano nel cuore, lo conducono, e poi si rivelano alla mente e alla ragione. E chi ne viene colpito ha come una sorta di vertigine, che talvolta non gli può far dire altro che: “ecco, è così”.




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20 giugno 2008
Intermezzo
  

Quando in un mio romanzo scrissi: “un homme de lettres est mort s’il ne sait plus mentir”, dovetti affrontare un impedimento intimo e ancora non del tutto compreso. Era infatti mia tentazione cercare il “verbo” tombé al posto di mort, ma il mio desiderio di far riferimento ad una poesia di Prévert fu zittito da un suggerimento direi tirannico, che proveniva forse da un qualche luogo nascosto. Ora credo di comprendere che in quel momento il profilo di Dostoevskij era comparso dagli abissi dei miei segreti e mi avesse dettato quella terribile e mastodontica parola. Mort. Diretta e vera, impossibile. Tombé sarebbe stata un falso, una menzogna. Sarebbe stata il gioco del cadere e della tomba insieme, che avrebbe segretamente distratto il lettore dal giogo mortificante e vitale di un letterato: mentire.



(Postilla. Ma la menzogna del letterato non è che la beffa del tempo e del mondo. Si comprese in questa menzogna il segno della bellezza: “non è forse vero, si domandò, che coloro, che per la bellezza hanno tendenza di spirito, nel loro tempo non vengono compresi?”

“Sì, essi, se riconoscono la bellezza, nel loro tempo son come morti, ed essi, se smettono invece la menzogna, muoiono egualmente, ma d’un’altra qualità di morte. Se smettono la menzogna essi muoiono per la caduta dei loro ‘altri occhi’, muoiono di cecità, di intreccio pietoso col basso mondo (vedi Saramago, Cecità ndr); se altrimenti hanno occhi per la bellezza, loro, nel loro tempo, muoiono di inesistenza. Per comprendere in sé stessi il bello, sembra che il bello stesso chiami la morte d’un uomo nel proprio tempo. Qui il letterato, e non solo il letterato (ma il letterato in maggior misura), per il suo istinto di bellezza non è compreso nel suo tempo. Egli perciò pare un mentitore.”

Sarà forse bisogno che gli uomini muoiano una volta almeno nella loro vita per comprendere e riconoscere la bellezza… e sembra davvero che gli uomini muoiano, talvolta. In questi istanti paiono scoprire una trama prima sconosciuta, e paiono estasiarsene. Qui pare essere la trama della bellezza. Ma pochi, pochissimi riescono a mantenere questo istante; la maggioranza di loro questo istante, questa scintilla, la scordano, la perdono, a volte la scialacquano non per causa loro ma per causa del mondo, non ancora estasiato, che li riprende per un occhio e li abbassa. Ma colui che mantiene l’estasi, che vorrei chiamare incanto, può allora restituire l’alta trama al mondo attraverso le proprie opere. A questo punto, morti e rinati con un nuovo cuore, gli uomini del mondo spargono e seminano le loro opere; come una sorta di benefica infezione, contagiano il mondo e gli altri uomini e li fanno morire per restituirli a nuova vita, a nuovo mondo. Li contagiano con la bellezza. E così vennero le parole di Dostoevskij: “la bellezza salverà il mondo”, e così venne da quelle parole questa postilla, questo frammento di bellezza.)




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20 giugno 2008
Fratelli Karamazov-Parte Seconda, "Stoppa"
  

Ne “I Fratelli”, dicevo, sono molte queste immagini, queste tentazioni del cuore. Personalmente mi conducono, su tutte, il vecchio starec Zosima, che si prostra ai piedi di Dmitrij; la madre sciagurata e idiota di Smerdjakòv, che vagola per la città e che viene ingravidata da Fëdor Pàvlovic Karamazov; Lise che ride dinnanzi allo starec, Lise che ride di Alësa, Lise malata; il picchiare il pugno sul petto, “proprio qui, proprio al centro”, di Mitja; il processo, che descrive, in un incredibile salto per noi profetico, gli umori e le pratiche di un popolo sorpreso da un delitto immondo (vedi, qui da noi, Cogne. C’è nel nostro processo la stessa aria già descritta da Dostoevskij nel processo a Mitja). Ma più di tutte, un’immagine mi tocca, mi conduce e mi riempie: “Stoppa”. Stoppa, il padre di Iljuša, capitano senza onore per causa di vizi, capitano in miseria, che non vuole “assolutissimamente essere ricattato” da Alesa, che “si vuole approfittare di lui donandogli del danaro”.

In questo suo moto di rifiuto, orgoglio, “minestrone” di afflati, c’è tutta la grazia di un martirio. Una grazia dal sapore zoppicante e smisurato al contempo. Egli, Stoppa, sa che quel denaro serve alla sua famigliola, ma è come se sentisse che accettando un aiuto dal “rango alto” venisse meno alle regole profonde e segrete della sua intima esistenza sulla Terra. Come se venisse meno alla sua natura di disgraziato. Tutto ciò non se lo sa spiegare, non ha le parole, certo, è un disgraziato, ma odora qualcosa di ingiusto, una sorta di attentato.

Una follia, la sua, un’irrazionalità che presenta l’intero corso degli uomini. C’è in questa immagine la carica della condizione materiale, persino dell’amore per un figlio malato, che scemano di fronte all’individuale e mai compreso disegno -sempre e solo avvertito impalpabilmente- di sé stessi nel cosmo.

Ma come, chiederà qualcuno, l’amore non è il più vasto, imperioso e vero sentimento compreso dallo spirito? No, c’è qualcos’altro, un altro amore, che non c’entra con l’amore terreno anche se questo amore terreno riguardasse un figlioletto malato; e il padre di Iljuša lo dimostra.

Di fronte a questo impeto, a questo stralcio di verità, di rimando mi vien da pensare a quel soldato, che doveva badare alla reclusione di Paolo e Sila: venne un terremoto, le catene si sciolsero e le porte si spalancarono. Il soldato pensò che i prigionieri fossero fuggiti e armò la propria mano della propria spada, pronto a conficcarsela in petto per il disonore d’aver fallito nella regola della sua esistenza. Paolo poi lo fermò.

Questa fu una testimonianza, che viene a noi dagli Atti degli Apostoli, ma qualcosa di simile, se non gemello (tranne che per conclusione), è avvenuto davvero. Non c’è bisogno di allontanarsi troppo nel tempo, basta volgersi al luglio del 1975 quando, proprio in Italia, accadde un fatto che passò piuttosto inosservato. Un poliziotto doveva sorvegliare un detenuto, il detenuto fuggì e il poliziotto si suicidò. Il poliziotto era Vincenzo Rizzi, di cui parlò già Pasolini su “Il mondo” un mese dopo l’accaduto.

Cosa collegherà mai Stoppa al soldato e il soldato al poliziotto? Stoppa agisce per impeto d’orgoglio, il soldato e il poliziotto agiscono per “obbedienza” come ebbe a dire Pasolini (il soldato, in verità, agì per terrore del castigo dei superiori, che gli avrebbe leso il buon nome di soldato; ma in questo c’è un motivo simile, in fondo, a quello del poliziotto). Comunque, perché pensare a queste due figure quando immagino il movimento di Stoppa? Perché Stoppa, in realtà, è il segno, tremendo e meraviglioso, già compreso nel poliziotto e nel soldato, dello spirito sulla vita. Il segno di una vita che cede tutti i suoi argomenti al cospetto di un invisibile eterno. E lo stesso invisibile eterno può cedere i suoi argomenti al cospetto d’un invisibile ancor più impossibile, come nel caso del soldato, salvato da Paolo. Paolo, che propone al disperato un diverso e forse più alto invisibile: “ascolta la buona novella del Messia venuto agli uomini”.

Ecco allora perché l’immagine di Stoppa può condurre il cuore di un uomo più di altre immagini. Dal cuore dove il disgraziato capitan Stoppa si annida, afferra l’uomo per volgerlo a scelte e esistenze prima sconsiderate e forse finalmente salvifiche. Esistenze che gli occhi di Dostoevskij già videro e che suggerì a noi con la pittura di immagini talvolta piccole, minuscole, come fu l’immagine di questo Stoppa nei Karamazov.




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20 giugno 2008
I piedini di Puskin
  

Certo, Dostoevskij bisognerebbe camminarlo con contemplazione profonda e con mitica discrezione. Quasi con timore, con l’aria di chi sa d’essere visto. È necessario quel silenzio religioso, quell’umore contemplativo, che sposta il cuore verso luoghi d’incanto. Ma non solo. Con Dostoevskij è anche bene sapere quali sono i passi da fare perché la strada non muti in castigo. E lui stesso sembra avvertirci dei pericoli e delle gioie, bisbigliando a tratti storie trascorse, talvolta fumose, di piedini che ballano e piedini che corrono, che soffrono e che s’innamorano, che si stremano e che esaltano. E così trovi questi piedini, che spuntano persino, improvvisi, nei Fratelli Karamazov. Alludo ai piedini così ben centrati nell’Evgenij Onegin, di Puškin. Dostoevskij è un’opera di templi ove il fantasma del poeta trascina “il cuore che senza tregua li rammenta”. C’è in Dostoevskij come un patto con il poeta, il giovane poeta che se ne dipartì nel campo di un duello.

Quando lessi una prima volta l’Eugenio, non compresi perché mai l’autore del poema (più corretto sarebbe dire romanzo in versi) avesse affascinato tanto Dostoevskij. Allora decisi di seguire le briciole del poeta e scoprii che non erano affatto briciole, ma nel suo seminare scoprii che queste briciole, ognuna di queste briciole, era la somma e la soluzione di briciole che già erano nel vento, che attraversava l’Europa e che soffiava, a tratti, in quella Russia così devastata e così squisita descritta da Dostoevskij più volte. Puškin raccolse le briciole dell’Europa e seminò il suo raccolto, il suo raccolto crebbe e sparse briciole per la Russia. Piano piano che comprendevo Puškin, piano piano comprendevo Dostoevskij. Nei racconti di Belkin, soprattutto, Puškin mi brillò davanti, e come un nodo che si scioglie m’apparve all’orecchio la voce di Dostoevskij: “ecco, ora lo vedi”.

A questo punto, camminare per i templi di Dostoevskij mi fu più sorprendente e più vero. Non tanto perché prima non ci camminassi o fossi distratto, quanto piuttosto che ora i miei piedi erano nudi e potevo sentire il corpo di quei templi e il corpo della loro relazione. Anche quando il tempio era un raccontino, come Romanzo in nove lettere, o La moglie a casa e il marito sotto il letto, percepivo che proprio quel tempietto era necessario alla levatura di tutti. Ognuno era necessario un po’ come il neo piccolino che talvolta ci si scorda d’avere e che quando lo si ritrova, magari sul braccio, se ne rimane sorpresi e quasi ci si affeziona. Necessario alla nostra vitalità, scossa e rievocata dalla sorpresa di qualcosa di così piccolo, che però già portavamo.

Coi piedi nudi potei toccare i pavimenti dei templi, e toccandoli potei seguire i loro labirinti, riconoscerli meglio, forse anche non perdermi. Potei comprendere davvero la relazione tra l’uno e l’altro; e quei silenzi, che si dovevano portare ad ognuno, ora divennero comizi di silenzi, una manifestazione corale di preghiere, che cantavano e suscitavano slancio e devozione all’intera Opera del malato, del rinato, dell’oscuro, dell’angelico Dostoevskij.

Dostoevskij, che più volte avvertiva tutti quanti noi nello stillare nei suoi templi i piedini di Puškin: suggeriva, con quei tocchi, di spogliarsi i piedi, di denudarli se si voleva comprendere il concerto dell’uomo combinato nella sua Opera. E non mancò, infine, di suggerire un’ultima volta il segreto per la presa del suo concerto, proprio quando era impegnato con la sua opera più alta, l’ultima sua opera. Sortì dal suo mistero per un momento e dinnanzi alla piazza delle folle, nell’età dei suoi 58 anni, otto mesi prima di morire, tenne il discorso immenso sul poeta Puškin, il poeta della Russia. Proprio Dostoevskij, lui, che al sole del poeta cercò e riuscì a svolgere i cantoni più scuri degli uomini tutti; proprio lui, Dostoevskij, che riuscì a spingere la prosa sino a renderla una sinfonia di poesie.




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20 giugno 2008
Le notti bianche
  

Il Sole, come l’amore, non è corretto. Esso si approfitta, si consuma anche laddove non gli sarebbe concesso, anche laddove si pensa non sia il suo luogo. Questo sole, infatti, non si limita al giorno, ma vuole tutto, anche la notte; e allora usa la luna per infilarcisi, ci si specchia appena può. E così, in questa notte che si prende, sbircia sugli uomini e li incanta.

Lo stesso l’amore. Penetra talvolta le notti degli uomini e li incanta, dà loro la sensazione d’un principale mutamento della loro condizione. La miseria, che tanto pativano e a cui già si stavano rassegnando, da cui quindi già si stavano sommariamente liberando, sembra levarsi per lasciare il campo ad un altro tempo. Un tempo incerto, certo, forse anche scosso e annichilito da qualche marasma e da qualche doppia cupezza, ma un tempo che possiede una fisionomia tanto suadente da far loro credere che quel mutamento sia ottimo perché vitale. Allora essi in questo nuovo tempo si scatenano in rapimenti anche esagerati, come l’animo di quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l’acqua perigliosa e guata.

Rincuorati e ritemprati da una inattesa salvezza, questi uomini s’aggrappano alla luce di quell’amore. Ma quest’amore che tutto avvolge, l’ho detto, talvolta è proprio come quel sole, che s’infila nella notte e che brilla solo quando c’è la luna.

Quest’amore del resto è il dolce e tragico sentimento di quell’eroe delle notti bianche, che, scopritore d’un sole nelle sue notti, in esso posa il suo segreto. L’eroe che vive la notte mutata in bianco dal sole scorretto. L’eroe che ad un certo punto si volta e scopre che il sole non c’è più. Proprio come la luna.



“Le notti bianche” fu un raccontino dell’età giovanile di Dostoevskij. Uscì nel 1848, pubblicato sulla rivista Annali patrii.




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20 giugno 2008
La cipolla
  

Vorrei tornare un attimo a “I Fratelli Karamazov”, esattamente al capitolo III, settimo libro, terza parte. La cipollina.

È il racconto di una donna cattiva, che al momento della sua morte finisce all’inferno. Il suo angelo ne è rattristato e così va da Dio, sperando che Lui possa fare qualcosa. A Dio racconta che la donna, una volta, ha compiuto un’opera buona: ha colto una cipollina dal terreno e l’ha offerta a una vecchiettina. Allora Dio dice all’angelo: “prendi quella cipolla, scendi all’inferno e porgila alla donna perché ci si aggrappi. Se la cipolla reggerà, la donna salirà in paradiso, ma se la cipolla si strapperà, resterà per sempre all’inferno.”. Allora l’angelo trova la cipolla, scende all’inferno e la tende alla donna cattiva. La donna ci si aggrappa, ma proprio quando sta per venire via tutte le altre anime dannate si appendono alle sue gambe. Lei inizia a scalciare e a gridare: “lasciatemi, lasciatemi! La cipolla è mia, è mia, è a me che l’ha tesa!” e a quel punto la cipolla si strappa.

È un racconto terribile, ed è ancora più terribile pensare che chi lo racconta è Grùšen’ka, lei, la donna dannata, che dopo averlo raccontato esala con doppio animo eccitato: “sono io quella donna!”. Credo… no, intuisco che lo spirito di Grùšen’ka sia il sempre mosso e sempre primo spirito degli uomini. Lei porta, con lo slancio della sua tremenda eccitazione, il proprio cuore sin sulle proprie labbra, e si confessa. Ma in realtà la sua confessione non produce salvezza, anzi pare rovinarla, sciuparla, stracciarla, farla sgomenta, perché sembra che in lei si spinga e si agiti la vanità della dichiarazione, dell’amor proprio, dell’amor d’effetto. Effetto per sé, tentare sé stessa, le proprie corde, con la disperazione e lo strazio: “cosa proverò con il mio cuore sulla bocca?”. Tentare Dio col dolore.

Allora, a questa spaventosa immagine, la mia mente va ed entra in quella bettola, in quella piccola boîte de nuit descritta con un certo, felice passo nel “Tamburo di Latta” di Günter Grass. Ci si ricorda di quel minuscolo locale dove si scambiano cipolle crude da sbucciare; ed ecco!, in tutti quei “tristi”, che sbucciano, che piangono -che finalmente riescono a piangere-, che si amano piangendo, che si abbracciano piangendo, che godono dell’orchestrina piangendo, vedo Grùšen’ka, gli uomini, l’intero luogo del mondo, che tanto e molto piange per una terribile cipollina tra le mani.




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20 giugno 2008
Dostoevskij e l'amore
  

Questo scritto è andato smarrito.




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20 giugno 2008
Biografia
  

Fëdor Michàjlovic Dostoevskij nasce a Mosca il 30 ottobre 18211 (11 novembre). Il padre (Michail Andreevic Dostoevskij) lavora, dal 1820, presso l’ospedale dei poveri come medico; la madre (Ilarija Fëdorovna Necaeva) proviene da una famiglia di mercanti moscoviti. Fëdor è il secondogenito di sette, tra fratelli e sorelle.

Nel 1831 il padre acquista una proprietà a Cermašnja, la famiglia Dostoevskij vi trascorre l’estate. Nel 1837 la madre di Fëdor muore di tisi, la famiglia si smembra. Le due sorelle di Dostoevskij stanno con il padre, che abbandona l’impiego e si trasferisce definitivamente nella tenuta di Cermašnja; i fratelli minori vanno a vivere con i parenti materni mentre Fëdor e il fratello maggiore, Michail, restano a Pietroburgo per proseguire i corsi per accedere all’accademia militare. Il padre inizia a bere e pare che diventi sempre più violento. Nel giugno del 1838 il padre viene assassinato dai alcuni suoi contadini, sembra che alla notizia Fëdor abbia il suo primo attacco epilettico.

Fëdor lavora come cartografo presso il Ministero della Guerra, a Pietroburgo, ma l’impiego non lo soddisfa e decide di lasciarlo nell’agosto del 1844 per dedicarsi completamente alla scrittura. Il 30 settembre avverte il fratello Michail che sta scrivendo un romanzo della portata di Eugénie Grandet. Si tratta di “Povera Gente”. Ai primi di giugno del 1845 l’editore e poeta Nekrasov, con l’amico Grigorovic, si reca da Dostoevskij, alle 4 di mattina, con il manoscritto di “Povera Gente” tra le mani. Gli chiede se si rende conto di cosa ha scritto. Dostoevskij viene pubblicato ed è salutato, dall’intellighenzia socialista, come un genio della letteratura. Nel mentre che continua a tradurre Sue, Schiller, Sand, Balzac, scrive un altro romanzo: “Il Sosia”. Ma qui le critiche saranno aspre e feroci.

I soldi sono pochi e intanto, quel poco che ottiene dalle traduzioni, Fëdor lo scialacqua nel gioco delle carte o nel gioco del biliardo. Frequenta il circolo del socialista Butaševic, l’aria è segreta e cospiratoria. Si dibattono opere di autori vietati dalla censura russa: Cabet, Strauss etc.. Pubblica racconti come “Il signor Procharcìn” e “La padrona”, che non hanno grosso respiro. Pubblica altri racconti, tra i quali “Romanzo in nove lettere” (scritto in una notte), “La moglie altrui e il marito sotto il letto”, “Cuore debole”, “Le notti bianche”, “Polzùnkov”, “Il ladro onesto”, “Nètocka Nezvànova”. Tutti pubblicati tra il 1845 e il 1848.

Il 23 aprile del 1849 Fëdor Michàjlovic Dostoevskij viene arrestato, processato e condannato a morte in seguito ad uno scuro processo. In seguito alle sue frequentazioni. Quando sarà sul patibolo verrà graziato e la sua pena verrà commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia e quattro anni di confino, come soldato semplice, a Semipalatìnsk. In Siberia scopre “Gli Evangeli”, testo lasciato in dono a tutti i condannati ai lavori forzati. Durante la condanna elabora le “Memorie da una casa di morti” (1855), frequenta intanto la casa del funzionario Isàev. Si innamora di Marija Dmìtrievna, moglie del funzionario. Nell’agosto del 1855 il funzionario muore e la moglie si rivolge a Dostoevskij. Nel marzo del 1856, confinato come soldato a Semipalatìnsk, scrive a Toteblen per chiedere aiuto per ottenere la grazia, lasciare il servizio militare e poter pubblicare. Il 6 febbraio 1857 Dostoevskij sposa Marija Dmìtrievna. Per tre anni scrive lettere di supplica perché possa essere congedato, perché possa vivere a Mosca, perché possa trasferirsi a Pietroburgo, perché possa pubblicare… Gli viene concesso di vivere a Pietroburgo, intanto riesce a pubblicare alcuni racconti su alcune riviste (“Il sogno dello zio” su La parola russa; “Il villaggio di Stepancikovo” su Annali patrii).

Nel 1860 il settimanale Il mondo russo comincia a pubblicare, a puntate, le “Memorie da una casa di morti”.

Dostoevskij ottiene l’autorizzazione a pubblicare e nel 1861 fonda, con il fratello Michail, la rivista Tempo (Vremja) ove pubblica “Umiliati e offesi” oltre a diversi suoi propri articoli senza firma. Nel giugno del ’62 Dostoevskij parte, con l’amico Strachov, per un viaggio di tre mesi in Europa; tocca la Francia, l’Inghilterra (incontra Herzen), la Germania, la Svizzera, l’Italia. Tornato in Russia inizia una relazione con la Suslova (Apollinarija Prokof’ena Suslova).

Nel 1863 la rivista Tempo deve chiudere in seguito ad un articolo di Strachov sulla questione polacca. La censura russa trova l’articolo astratto e imprudente. Nell’agosto di quell’anno Dostoevskij riparte per l’’Europa. A Parigi si incontra con la Suslova, insieme scendono in Italia. La relazione pare che sia struggente e tormentata, sempre insediata dagli attacchi epilettici di Dostoevskij, dai suoi vizi di giocatore e da un animo inquieto.

Nel novembre 1863 Dostoevskij torna in Russia, dalla moglie Marija Dmìtrievna, ammalata. L’anno successivo, 1864, sempre col fratello Michail fonda una nuova rivista, Epocha, dove pubblica “Memorie dal sottosuolo” oltre a vari articoli. Nell’aprile di quell’anno muore la moglie Marija Dmìtrievna, nel luglio muore il fratello Michail. Dostoevskij è in rovina, i debiti contratti dal fratello per fondare la nuova rivista ricadono su di lui. Nel 1865 muore l’amico e collaboratore Apollon Grigor’ev, esce l’ultimo numero della rivista Epocha, che contiene il racconto “Il coccodrillo”.

Dopo aver firmato un contratto tremendo con l’editore Stellovskij, Dostoevskij parte per l’Europa per sfuggire ai creditori. Chiede aiuto a amici e colleghi, lavora intanto a “Delitto e Castigo” nel mentre che, per il tremendo contratto, deve stendere e consegnare entro il primo novembre del 1866 il romanzo “Il giocatore” sennò tutte le sue opere future saranno di assoluta proprietà dell’editore, che potrà pubblicarle a volontà senza nulla pagare all’autore.

Dostoevskij torna in Russia, si ferma a Mosca e trova una dattilografa (Anna Grigor’evna Snitkina), che riesce a soccorrerlo giusto in tempo. In trenta giorni “il giocatore” è dettato e scritto e giunge alla redazione dell’editore Stellovskij la notte del 31 ottobre 1866, ultimo giorno prima che il contratto riveli la sua tremenda fattura. Anche “Delitto e Castigo” è finito, pubblicato a puntate, dal gennaio di quell’anno, sulla rivista Messaggero russo.

Nel febbraio del 1867 Dostoevskij sposa Anna Grigor’evna (Anna è più giovane di Fëdor di più di venti anni). I due partono per un viaggio di quattro anni in Europa. Dall’aprile all’agosto del 1867 si fermano a Dresda, poi si spostano a Ginevra rimanendo nella città svizzera sino al maggio del 1868. Qui Dostoevskij partecipa al primo congresso della Lega della Pace, dove sono presenti Garibaldi e Bakunin. Negli ultimi mesi del 1867 Dostoevskij inizia ad appuntare riflessioni e elementi per il romanzo “L’Idiota”, il quale inizierà a comparire, a puntate, dal gennaio del 1868 sul Messaggero russo.

Nel 1868 nasce la figlia Sonja, che vivrà solo tre mesi. Nello stesso anno Dostoevskij perde tutti i soldi alla roulette del casinò di Saxon-les-Bains, lui e la moglie allora si trasferiscono a Vevey. Da qui scenderanno a Milano (settembre 1868), dove si fermeranno per un paio di mesi. Nel novembre scendono poi a Firenze, dove rimarranno sino al luglio del 1869. Vivranno a Firenze facendo comunque delle puntatine a Dresda, qui nascerà la seconda figlia di Dostoevskij, Ljubov (Amore). Tra Dresda e Firenze Dostoevskij prosegue e conclude “L’Idiota”.

Nel luglio del 1869, Anna e Fëdor partono da Firenze e fanno delle capatine a Venezia, Vienna e Praga prima di tornare a Dresda, dove si fermeranno fino all’estate del 1871. Dal gennaio di quest’anno il Messaggero russo comincia a pubblicare “I Demoni”, romanzo a cui Dostoevskij lavora dal febbraio del 1870. Nasce il figlio Fëdor.

Dal 1872 Dostoevskij dirige la rivista reazionaria Il cittadino. Qui tiene la rubrica “Diario di uno scrittore” e cura la rubrica “Avvenimenti esteri”. All’inizio del 1873 escono, in tremilacinquecento copie, “I Demoni”.

Nell’aprile del 1874 Dostoevskij abbandona la direzione de Il cittadino. Gli attacchi epilettici lo martoriano, la salute lo strema sempre più e così si trasferisce, con Anna e figli, in una casa in affitto a Staraja Russa.

Nel 1875 Anna scopre che il marito è sotto la sorveglianza della polizia russa. Nasce il figlio Alekséj.

Nekrasov propone a Dostoevskij di pubblicare il nuovo romanzo “L’Adolescente” sulla sua rivista, Annali patrii. Il diario di uno scrittore esce in fascicoli mensili per tutti gli anni 1875, ’76, ’77. Ci sono anche i racconti “La mite”, “Il sogno di un uomo ridicolo”, “Bobok”.

Nel 1877 Dostoevskij inizia a stendere il suo grande romanzo, “I Fratelli Karamazov”, intanto che gli attacchi di epilessia lo piegano a terra e il respiro gli si mozza sempre più. Nel 1878 gli viene diagnosticato un enfisema polmonare. Nello stesso anno gli muore il figlio Alekséj per un attacco epilettico. I Fratelli Karamazov iniziano a uscire dal gennaio del 1879 sul Messaggero russo e vengono immediatamente salutati come la più grande opera russa dell’intero secolo e finalmente Dostoevskij viene accolto come un grande scrittore.

Nella sua ultima apparizione pubblica (giugno 1880), in ragione di una statua eretta a Puškin a Mosca, esattamente quando è impegnato con le ultime battute dei Fratelli (di cui aveva previsto un seguito), la Russia lo acclama e gli applaude il grandioso discorso sul poeta russo e sulla Russia (pubblicato poi sulla rubrica “Il diario di uno scrittore”). Nel novembre del 1880 esce l’ultima puntata dei Fratelli Karamazov.

Due mesi più tardi, la sera del 25 gennaio 1881, Dostoevskij ha sbocchi di sangue. Una lite con la sorella lo sfinisce, ha altri sbocchi e sviene. Il mattino del 28 apre il Vangelo, com’era sua abitudine, per trarne un passo a caso come auspicio: “Lascia che avvenga ora, perché bisogna che così adempiamo a tutto ciò che è giusto” (Mt 3,15). Dostoevskij muore la sera del 28 gennaio 1881, poco dopo le otto.

1 Le date sono rilevate secondo il calendario Giuliano.




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20 giugno 2008
Conclusione
  

Nota bene*: pur conoscendo con precisione tutti i dettagli storici, date, luoghi, nomi, riferimenti culturali, dettagli biografici etc. su Dostoevskij, ho scelto di ometterli in grandissima parte da questi miei articoli. La mia omissione si è ispirata essenzialmente a due motivi: uno, non ho voluto fare di questi brevi articoli copia o riporto di rapporti esegetici (molti dei quali di ottima qualità) che si possono già trovare copiosamente tanto nelle librerie quanto in internet; due, desidero lasciare ai (spero) futuri lettori di Dostoevskij la sorpresa di scoprire la sostanza dei miei diversi e talvolta oscuri riferimenti. Tali riferimenti sono molti e credo si siano adagiati naturalmente nella mente profonda dei lettori dopo la lettura di questi brevissimi “saggi”. P.S.: Questo secondo motivo (che poi è un’intenzione) è collegato, in verità, ad un terzo motivo: sperare in un naturale movimento di curiosità verso il “nostro” Autore. Curiosità che forse proverrà dal bisogno di svelare appunto quegli oscuri riferimenti a cui ho accennato.




*Il “nota bene” fu usato, in lingua italiana, dall’Autore russo in uno dei suo romanzi. Forse qualche lettore saprà già dire qual è il romanzo alluso.
Davinco De Mare




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